Transessualismo e minoranze

Avere un disagio rispetto all’identità di genere significa appartenere ad una minoranza? E se si, minoranza in senso statistico o culturale? Cosa significa dunque appartenere ad una minoranza? Quelle che seguono sono alcune riflessioni e curiosità su minoranza ed identità.Gli studiosi di scienze sociali ragionano spesso sulle condizioni in cui si creano “minoranze” e “maggioranze” all’interno della società, d’altro canto è la presa di coscienza della evidente differenza tra gruppi sociali che ha portato alcuni di questi gruppi a far emergere ed evidenziare quali diversità conducano alla implementazione di fattori sociali discriminati. Voglio qui sottolineare che, se, da una parte, sono stati approfonditi meccanismi di discriminazione sociale ed analizzate le strategie di comportamento dei discriminati stessi, d’altro canto alcuni soggetti, avvertendo una messa in atto inconsapevole di forme discriminatorie ai loro danni, si sono organizzati in gruppi per meglio difendersi e rivendicare parità di trattamento e pari dignità.A questo proposito, in fase di avvio dei lavori di un convegno dedicato alla bioetica qualche anno fa, si esprimeva la seguente preoccupazione in merito ai diritti umani delle persone: Il mondo cambia assai rapidamente. Rivoluzioni tecnologiche, trasformazioni economiche e sociali, modificazioni profonde di comportamenti e di valori attraversano la nostra vita. Frequentemente le conseguenze di queste trasformazioni producono effetti molto forti sulla qualità della vita, senza che i cittadini possano esprimere le loro opinioni. In un contesto siffatto le molte persone non sono considerate minoranza, ma vengono viste semplicemente come portatori di problema.In questa breve relazione voglio evidenziare come in genere questi soggetti:
- si percepiscono come minoranza;
- avvertono una forte componente discriminatoria nei loro confronti;
- si sono organizzati per tutelare i loro diritti e farsi riconoscere come soggetto sociale discriminato.
La minoranza è rappresentata da un gruppo di persone che, a causa delle proprie caratteristiche fisiche, somatiche, razziali, culturali, etniche ed altre ancora, è separato dalla società di maggioranza, sottoposto ad un trattamento che diversifica ed emargina e spesso risulta vittima di una discriminazione collettiva. La nozione di minoranza evoca, con immediatezza logica e semantica, la situazione in cui, all’interno di un contesto unitario, si realizza una relazione tra diverse entità collettive, le quali vengono identificate, secondo un criterio d’ordine quantitativo, in una maggioranza ed in una o più minoranze.Occorre tuttavia ricordare che la nozione di minoranza viene talvolta intesa in senso qualitativo e non quantitativo, basti pensare alle dimensioni della “minoranza” nera in Sudafrica, che, secondo la quantità, avrebbe dovuto rappresentare la maggioranza, a tutti gli effetti. In ogni caso, l’esistenza di una minoranza in una società implica, sempre, la presenza di un corrispondente gruppo dominante che possiede, quindi, uno status superiore, maggiori privilegi e, naturalmente, maggior potere. “Le nostre società accolgono, riproducono e producono differenze le quali, in parte almeno, tendono ad istituzionalizzarsi, a comunitarizzarsi, e a chiedere riconoscimento nello spazio pubblico”. Lo status di minoranza porta, allora, con sé l’esclusione dalla partecipazione piena nella vita della società.
Le caratteristiche che si attribuiscono alle differenze e che, pertanto, connotano una minoranza dal resto della società sono molte: esse possono includere, in combinazioni e con accenti variabili, la lingua, la nazionalità, il riferimento a origini comuni, pratiche religiose, usi, costumi, e stili di vita peculiari, esigenze quotidiane diverse.
Una minoranza esiste soltanto se, agli elementi distintivi, appena individuati, si associa un peculiare senso di appartenenza, o se i membri del gruppo minoritario si percepiscono e/o sono percepiti dall’esterno come portatori di una specifica identità positiva o negativa che sia. Tale identità, spesso, si costituisce e assume specificità in riferimento a una situazione di discriminazione. Alle differenze culturali, linguistiche, somatiche, di origine, e via dicendo, corrisponde infatti un accesso ineguale alle risorse, alle opportunità e alle ricompense sociali, che si esplica, sovente, in minori opportunità professionali, restrizioni dei diritti civili e politici e stigmatizzazione dei costumi propri della minoranza.
Permettetemi una divagazione sulla stigma sociale della persona transessuale che è in genere molto più elevato rispetto a quello riservato alle persone omosessuali. Inoltre come sapete è più elevato per le trans da maschio a femmina rispetto ai transessuali da femmina a maschio. Le motivazioni che possono essere trovate per questo dato di fatto sono molteplici e controverse: in primo luogo l’omosessualità è visibile solo all’interno delle tendenze sessuali ed affettive di una persona mentre la transessualità comporta una netta trasformazione del proprio corpo e pertanto provoca la necessità di una totale inversione di valutazione della persona; inoltre la transessualità da maschio a femmina è più stigmatizzata di quella da femmina a maschio perché viviamo in una società prevalentemente maschilista nella quale rinunciare alla “virilità” costituisce una ferita più percepibile della rinuncia alla femminilità.Ma torniamo al nostro discorso. L’identificazione dell’individuo con un gruppo, che rappresenta la minoranza, è spesso un fenomeno discontinuo, la cui intensità varia notevolmente con il tempo e le situazioni e che si ripropone proprio nei casi di forte discriminazione o, comunque, in situazioni interne ed esterne che lo spingono a riconoscersi nel gruppo di appartenenza. Questo è capitato a gruppi diversi ed in momenti storici diversi hanno tentato di trasformare la deficienza fisica in differenza culturale.I tratti culturali di una minoranza possono rappresentare un criterio su cui tracciare dei confini tra un “noi” e un “loro”, che si identifica con un gruppo dominante, ma anche con altre minoranze, nel caso di società più composite. Le minoranze culturali, inoltre, subiscono un’azione di discriminazione: la loro non è una scelta di autoesclusione, come accade talvolta tra le minoranze religiose di tipo settario; può capitare, piuttosto, che si presenti, stimolato dai movimenti di emancipazione che nascono all’interno degli stessi sottogruppi, un certo ‘orgoglio dell’appartenere ad una determinata minoranza. La presenza di determinati tratti culturali non è, quindi, sufficiente a costituire una minoranza, se non in rapporto ad una specifica dominazione sociale, politica, economica e/o di una specifica coscienza collettiva. La minoranza di tipo culturale ha, quindi, una specifica identità di gruppo, oltre ad una collocazione marginale, sulla scala del potere e del prestigio sociale.
L’identità delle minoranze culturali si basa, in generale, sulla valorizzazione di caratteristiche legate all’esperienza, di lungo periodo, di un popolo, alla sua tradizione, alla sua storia, a specifici tratti culturali, al territorio. La sua specificità, si individua, comunque, più facilmente, quando si accentua il confronto con il diverso.
L’espressione “minoranza culturale” può indicare, come nel nostro caso ad esempio una minoranza che soffre di “disturbo dell’identità di genere” o “disforia di genere” (DIG) che lotta per mantenere intatte le proprie peculiarità, ma una minoranza divenuta tale può essere oggetto di forte attenzione al mantenimento della divisione sociale. L’estraneità può implicare dissociazione, differenza netta, classificazione gerarchica o giuridico-economica, fino al senso di superiorità degli uni sugli altri ed al preteso diritto dei primi di irridere o disprezzare i secondi, fino a renderli  ghettizzati, come ci ricorda Zygmunt Bauman: “Il ghetto non è una casa densa di sentimenti comunitari. Al contrario, è un laboratorio di disintegrazione sociale, di atomizzazione, di anomia”.
La profonda convinzione del carattere positivo di quello che si è, in quanto membri di un insieme politico, economico, etnico o religioso, nonché dei fattori che vengono a costituire la propria identità di gruppo in senso lato, si traduce in un atteggiamento negativo nei riguardi di coloro che sono estranei. Questo è ancor più vero se si analizzano le società da un punto di vista classico delle scienze sociali e le si considerano rispetto al grado di “civiltà” raggiunto: “il disprezzo e lo sfruttamento di chi è ritenuto inferiore sono basati, in questo caso, sull’idea che queste possono certamente entrare nella modernità ma dal basso e possono pervenirvi perché i dominanti apportano loro la cultura che non hanno”. Si perpetua allora l’idea che i tratti culturali creino minoranze e nonostante questo, però, l’identità di gruppo, all’interno della minoranza, viene mantenuta, a volte rigidamente, come percezione di sé, per percepire meglio gli altri, e come senso di appartenenza.Un altro inciso ci offre lo spunto per una riflessione: l’insieme degli studi sul conformismo (l’influenza della maggioranza), sebbene impegnati nel cercare di spiegare le ragioni, le modalità e gli effetti positivi e negativi dell’influenza sociale, non mettevano in discussione però il segno dell’influenza sociale. A lungo, infatti, si è creduto che un tale tipo di influenza ed i suoi effetti fossero unidirezionali tutte le analisi erano intente cioè a scoprire quali fossero le dinamiche, le ragioni e la portata dell’influenza della maggioranza sui singoli membri. La premessa era che solo una maggioranza potesse influenzare un singolo o una minoranza, non viceversa. Gli studi del conformismo, così, si sovrapponevano con gli studi sull’influenza sociale, finendo per somigliare e identificarsi. Tuttavia, l’influenza non ha sempre e solo il segno della maggioranza. E questo perché se il conformismo fosse l’unica forza a plasmare le opinioni o gli atteggiamenti di un gruppo, allora le organizzazioni sociali risulterebbero statiche ed omogenee, senza possibilità di cambiamenti, se non marginali. Il primo studioso a sollevare tale argomento critico è stato senz’altro Serge Moscovici, per il quale le innovazioni nei vari campi del sapere e della società erano spesso da ricondursi all’opera di singoli o minoranze che sfidavano le opinioni tradizionali. In altre parole, per Moscovici, in presenza di specifiche condizioni, l’influenza sociale può avere il segno opposto: anche le minoranze hanno la possibilità e il potere di cambiare le posizioni della maggioranza. Secondo lo studioso francese il principale fattore della forza persuasiva della minoranza risiede in uno stile di comportamento fondato sulla coerenza. Quanto più coerente ad un livello intra-individuale (ossia mantiene stabili le posizioni nel tempo; coerenza diacronica) e inter-individuale (ossia si mantiene coerente tra i membri stessi; coerenza sincronica) è la minoranza, più alta sarà la possibilità di influenzare la maggioranza di un gruppo. Secondo Moscovici, se si verificano queste condizioni, allora si può avere la conversione, termine opposto a conformismo per sottolineare un cambiamento di opinioni che ha segno divergente rispetto ad esso. La coerenza, infatti, conduce la maggioranza a ritenere la minoranza sicura delle proprie posizioni, competente ed onesta, e trasferisce così tali qualità alle sue opinioni, valutando le innovazioni che essa propone.
Un elemento interessante riscontrato da Moscovici nei suoi esperimenti empirici è quindi la natura del cambiamento prodotto dall’influenza della minoranza. A differenza dell’acquiescenza pubblica, caratterizzata da un cambiamento delle proprie opinioni debole e transitorio (in altre parole, in mancanza della pressione esercitata dalla maggioranza, il singolo torna a credere in maniera differente), la conversione sarebbe connotato da un cambiamento nelle proprie opinioni o atteggiamenti ben più profondo e duraturo. Non a caso, infatti, Moscovici usa il termine di conversione: proprio per sottolineare che i processi cognitivi sottostanti all’influenza della minoranza e della maggioranza sono differenti qualitativamente.
Di fronte alle opinioni della maggioranza, il singolo sperimenta disagio e confusione creando così le condizioni per un processo di confronto sociale (ossia in situazioni di confusione o di scarse informazioni, i processi cognitivi degli individui si agganciano alle informazioni ricavate dalle opinioni altrui, specie se le fonti sono ritenute autorevoli; tale procedimento è alla base della formazione degli opinion leader) per giungere ad una visione condivisa. Sulla base di un tale processo, tuttavia, non si può avere che acquiescenza a livello pubblico ed un cambiamento di breve durata: quando viene meno la maggioranza e il singolo ha la possibilità di reperire le informazioni non comporta nessuna difficoltà cambiare le proprie opinioni.La minoranza, al contrario, stimola un processo di validazione ossia un processo cognitivo intento a indagare le ragioni della validità delle argomentazioni minoritarie: poiché si ritiene la minoranza competente e coerente, si è portati a indagare le sue proposte come tali e si cerca di valutarne la validità. Nel primo caso, invece, non si accettano le ragioni della maggioranza dopo una verifica, in quanto lo stimolo ad assumerle non deriva dalla loro coerenza, bensì dalle pressioni normative del confronto.Il risultato conclusivo delle sperimentazioni di Moscovici, dunque, non solo pone in questione la tesi che l’influenza sociale è una caratteristica della maggioranza, ma sottolinea anche una differenza qualitativa tra la pressione dei più e quella esercitata da una minoranza coerente e stabile: da una parte, il pensiero convergente di un gruppo focalizza i suoi membri sul messaggio dominante senza considerare alternative e senza produrre una sua attenta verifica. Dall’altra parte, il pensiero divergente delle minoranze spinge le persone ad attivarsi mentalmente, introduce alternative, nuove energie e nuove riflessioni che possono a loro volta generarsi in altrettante alternative. Questa conclusione è particolarmente interessante anche in relazione a quegli studi in psicologia sociale che hanno cercato di mettere in mostra le condizioni ottimali per processi decisionali dei gruppi. La tendenza di un gruppo ad escludere pensieri divergenti, se in apparenza rinsalda e rafforza la sua coesione, presentandosi così come una risorsa funzionale, dall’altra riduce l’innovazione e, creando un clima di consenso dominante, non permette di vagliare tutte le possibili alternative. Un po’ come nella spirale del silenzio, escludere la minoranza divergente implica rinunciare alla possibilità di alimentare la riflessione e, così, di poter valutare la validità delle proprie opinioni o decisioni, rischiando di fossilizzare il gruppo su posizioni errate o non ottimali. In altre parole, sebbene l’eterno conflitto tende a immobilizzare il gruppo in senso opposto, l’assenza di scontri riduce la linfa vitale del gruppo, rendendolo come un corpo alimentato artificialmente, vegetale e inerte. Nonostante in certe condizioni sia necessario l’uniformità del gruppo e l’assenza di frizioni per prendere decisioni rapide; nella maggior parte dei casi, specie in occasione di decisioni politiche, l’assenza di opinioni divergenti risulta pericolosa. Ma torniamo a parlare dei diritti delle minoranze. Una nuova prospettiva viene introdotta da Kymlicka, il quale tende a mostrare come la compatibilità dei diritti che si vengono oggi affermando, ovvero i diritti delle minoranze - siano esse costituite da gruppi svantaggiati (neri, donne, disabili, ecc.), oppure da gruppi etnici (ad es. gli immigrati), o infine da minoranze nazionali all’interno di uno Stato - possano conciliarsi con i tradizionali diritti civili e politici, cioè quelli che egli chiama i “diritti liberali”. Poiché la tradizione liberale occidentale riconosceva all’individuo e non al gruppo un diritto civile e politico, Will Kymlicka filosofo della politica, osserva invece come i diritti di queste “nuove minoranze” siano fondati sull’”appartenenza di gruppo”. Questo non li rende affatto diritti “collettivi” e perciò incompatibili con la tradizione liberale occidentale, li rende soltanto diritti civili e politici, in qualche misura “rinforzati” e conseguentemente un po’ diversi da quelli classici o che possono essere considerati altrettanto bene anche come diritti individuali “nuovi” o post-welfaristici o che si aggiungono ai diritti individuali occidentali tradizionali. Secondo questa interpretazione “rispettare le culture particolari non consiste nel preoccuparsi della loro sopravvivenza o della loro riproduzione; il problema non è lì. È nel promuovere semmai condizioni favorevoli per la socializzazione e per la maturazione degli individui, per la loro formazione o per la realizzazione del soggetto personale. Ciò che conta, in questa prospettiva, è la capacità degli individui di costruirsi senza che il loro passato e le loro appartenenze iniziali ostacolino questo processo e così si valuta pure che questa capacità presuppone il rispetto delle culture particolari.” Ciò è ancor più vero per i diritti delle minoranze “svantaggiate” o che incontrano ostacoli sociali “sistemici”, che implicano ad es. un diritto di rappresentanza “speciale”, di cui l’esempio più noto è costituito dalla cosiddetta affirmative action, (l’affirmative action è uno strumento politico che mira a ristabilire e promuovere principi di equità razziale, etnica, sessuale e sociale, tale termine è venuto ad indicare l’operato dei governi di tutto il mondo in materia di giustizia sociale), che ha come obiettivo quello di “assicurare ai membri di gruppi vittime di ingiustizia sociale un’eguaglianza delle opportunità o una redistribuzione equa, attraverso misure sociali specifiche, senza preoccuparsi dell’impatto di questa redistribuzione sulle culture di questi gruppi”. Allora appare chiaro come nel proporre una riflessione sulle minoranze, ed in particolare su alcune minoranze speciali, occorra ragionare sui diritti dei singoli soggetti. Nella prospettiva offerta da Kymlicka, per esempio, più che i “diritti collettivi”, ciò che interessa è la tutela offerta a coloro che si riconoscono in una cultura e che vogliono vivere questa nel modo per loro più giusto. E quindi, il confine che si pone all’accoglienza di pratiche culturali “diverse” è quello dell’autonomia dell’individuo, insieme alle condizioni necessarie ad un suo esercizio effettivo, e cioè la disponibilità di mezzi (materiali e culturali) per conoscere e valutare le diverse concezioni di vita e strumenti giuridici che garantiscano la libertà di scelta e di piena autonomia.L’appartenenza culturale ha un’importanza sociale, in quanto influisce fortemente sul modo in cui gli altri percepiscono un individuo e sul modo in cui reagiscono nei suoi confronti. Tutti facciamo questa esperienza ogni volta che ci troviamo di fronte ad una novità : il nostro atteggiamento nei suoi riguardi è fortemente condizionato dai pre-concetti. Kymlicka sottolinea come la cultura abbia un significato maggiore per il singolo individuo, perché l’identità personale è connessa in certa misura all’appartenenza culturale. Pertanto, se la cultura in cui si è cresciuti ci ha introdotto al disprezzo o al non riconoscimento, l’autostima del singolo ne patisce le conseguenze; se l’appartenenza culturale allora fornisce un solido ancoraggio all’identità individuale, possiamo desumere che l’autostima degli individui sia in qualche modo legata alla stima che viene concessa al loro gruppo e, di conseguenza, il disprezzo verso una cultura si ripercuoterà sulla dignità e sull’autostima di coloro che ne fanno parte. Sono considerazioni di non poco conto quando ci si mette a riflettere sui diritti e sul rispetto della dignità delle persone concrete.Gli elementi che si introducono in questa riflessione sono quindi quelli analizzati da Michel Wieviorka, sociologo francese, nel suo triangolo della differenza: l’identità collettiva, l’individuo moderno, il soggetto. Si tratta di un quadro concettuale che “presenta il vantaggio di permettere altri ragionamenti rispetto a quelli che si limitano all’esame di coppie di opposizione e di dicotomie elementari. Riprendendo i significati dei tre elementi, brevemente qui si assume che:
- l’identità collettiva è “un sistema di valori che definisce l’unità di un gruppo”;
- l’individuo moderno è colui che ha una partecipazione attiva alla vita sociale e pubblica;
- il soggetto è colui che nascendo all’interno di una cultura “decide” se mantenerla oppure no.
Queste tre componenti coadiuvano un’analisi del comportamento del mondo dei transessuali visto ed assunto in quanto minoranza involontaria, vediamo ora come esse si intreccino ed il ruolo che hanno giocato e giocano in un difficile percorso di rivendicazione e riconoscimento dei diritti.
Ma facciamo un passo per volta: essere gay non condiziona il proprio genere, nome, corpo o aspetto in alcun modo. Essere gay significa soltanto che tu sei innatamente spinto verso un partner del tuo stesso sesso. Molti gay passano facilmente per persone normali, evitando in tal modo il riconoscimento e la persecuzione costanti.Passare può essere molto più difficoltoso per i transgender, specialmente quando essi cercano da adulti una transizione parziale o completa verso il genere sociale corretto per la loro identità di genere e il loro sesso cerebrale. Transizione significa cambiare la morfologia del corpo, cambiare abiti ed aspetto esteriore, cambiare nome, cambiare tutte le registrazioni legali, cambiare tutte le relazioni sociali e famigliari; in breve, cambiare praticamente tutto ciò che uno è abituato a fare, in un modo o nell’altro.Le persone in transizione che non passano sono spesso trattate come “drag queens” inusualmente esibizioniste o “travestiti fuori controllo” che ostentano le proprie tendenze in pubblico. Molte persone reagiscono con ostilità nei riguardi di queste persone in transizione, perché le confondono coi pruriginosi stereotipi di “devianti sessuali”. Persino i gay spesso si sentono a disagio vicino a un transgender molto riconoscibile e molti pensano che le persone TG/TS proiettino nella società una immagine bizzarramente scorretta dei “gay”. In modo simile, uomini che sono essi stessi travestiti in privato, e che provano imbarazzo e senso di colpa riguardo alle loro tendenze, spesso si sentono intensamente a disagio e provano paura quando incontrano persone visibilmente transgender.

Le stesse sensazioni di vergogna e imbarazzo possono talvolta essere provocate in uomini segretamente gay dal vedere donne visibilmente transgender, dato che spesso essi confondono transgenderismo con omosessualità. Inoltre, ogni sensazione di attrazione sessuale verso persone visibilmente transgender può essere fonte di profondo disagio per molte persone insicure riguardo la propria sessualità o identità di genere. Ci sono anche molte persone che vedono ogni espressione di identità transgender – così come qualunque orientamento sessuale anticonformista – come una scelta deliberata che non significa altro che il desiderio individuale di “divertirsi”, “scuotere l’ordine sociale legittimo e istituzionalizzato” o “agire a causa di una malattia mentale”. Le persone che hanno questo punto di vista spesso usano il termine “stile di vita” per definire le condizioni GBLT, implicando con ciò che una identità di genere e sessuale non conformi sono capricciose, prive di sostanza e in ultima analisi prive di valore. Tristemente, questo pensiero mal informato, scorretto e stigmatizzante viene spesso trasmesso di generazione in generazione nell’ambiente famigliare e nei gruppi della stessa estrazione sociale nelle scuole e in altre istituzioni.Inoltre, occorre dire che molti considerano ancora il transgenderismo e il transessualismo come “malattie mentali” ( così come molti considerano il crossdressing una malattia mentale e lo chiamano “travestitismo feticista” ), ed esse compaiono ancora come tali nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-IV-TR), 2000. Queste catalogazioni ormai sorpassate sono fonte di forte stigmatizzazione delle persone TG/TS da parte di molti medici e della società in genere, perché persone che si suppone “malate di mente” vengono spesso condannate per essere esse stesse la causa della propria condizione e vengono dipinte in modo che possono spaventare gli altri.Per di più, molte religioni hanno stretti tabù nei confronti di ogni forma di comportamento sessuale fuori dall’ortodossia e nelle loro dottrine ufficiali, nei loro insegnamenti e nella pratica esse spesso demonizzano, ridicolizzano e perseguitano le persone “diverse” riguardo al genere.Per queste e molte altre ragioni, il transgenderismo e il transessualismo (specialmente MtF - maschi transizionanti femmina) storicamente, nella società occidentale, sono “condizioni socialmente impopolari”. Sfortunatamente, le reazioni ostili degli altri possono complicare e persino far fallire la transizione di qualcuno, specialmente se problemi di lavoro gli costano la possibilità di sostentamento. Non bisognerebbe sottostimare l’agonia personale di coloro la cui transizione è in stallo o peggio fallisce.   Se tutto va bene, la gente comune un giorno capirà che le persone TG e TS che sono visibilmente in transizione stanno seguendo profondi imperativi biologici e disperatamente cercando di risolvere la loro incongruità di genere, profondamente sentita. Queste persone non dovrebbero neanche essere stigmatizzate o temute per il loro tentativo di risolvere una condizione che non è voluta da loro stesse.   Ma riflettiamo ora su quali condizioni indicano che i transessuali siano una minoranza e si percepiscano come tali? Ed ancora di quale cultura “diversa” sono portatori tali soggetti? Vi sono, a mio parere, alcuni elementi di strategia culturale messi in atto dai gruppi, strategie che si identificano con la volontà di avviare non solo un processo culturale ma anche una richiesta di accettazione politica e giuridica infatti: “la questione della considerazione politica e giuridica della differenza rischia di scontrarsi immediatamente con un’immensa sfida: ha bisogno di delimitare tale questione e prefigurarla in partenza”.
Le strategie individuabili sono:
1. la condivisione di un linguaggio comune
2. la rappresentanza
3. la modalità di rivendicazione dei diritti.
Rispetto alla condivisione di un linguaggio comune come abbiamo pocanzi visto, e a cui qui si vuol fare riferimento, possiamo affermare che è l’effetto di un’identità culturale molto precisa: il voler essere riconosciuti come persone che hanno comunque un proprio valore e che possono dare un contributo alla società. “Etichettare le persone solo in relazione alla propria identità sessuale vuol dire metterle da parte; infatti ogni passaggio per entrare nel mondo, dalla famiglia all’inclusione sociale e dall’istruzione al lavoro, è guidato dal modello dominante, e se il modello ti etichetta come diverso, ti impedisce di agire liberamente e pienamente. In questo caso, il modello dominante è quello delle persone “normali” e le deviazioni o le differenze da tale modello non sono generalmente considerate. La differenza quindi determina l’esclusione. In merito alle modalità con cui si costruiscono meccanismi di rappresentanza, come già accennato, i trans non accettano che altri parlino al posto loro, ma rivendicano per se stessi una competenza ed una capacità che non vedono riconosciuta nella società. “La società spesso non approva le loro scelte di vita siano degne di sostegno. C’è stata e c’è molta negligenza nelle azioni e nelle politiche, necessarie per offrire l’uguaglianza di opportunità, che avrebbe, invece, consentito loro di vivere secondo i propri desideri e di condurre una vita auto-determinata, indipendente ed interdipendente. La modalità di rivendicazione dei diritti è la terza dimensione di questa analisi. Oltre all’autoaccettazione del proprio destino, il processo affermativo dei soggetti investe anche la sfera sociale: l’identità sociale della persona deve confrontarsi con i criteri normativi del riconoscimento sociale, politico ed economico di un altro individuo. D’altra parte, i gruppi si autoconsiderano in una condizione che attraversa ogni altro gruppo che si riconosce per differenze di razza, classe e orientamento sessuale (per l’ovvia considerazione che si può essere eterosessuali od omosessuali, maschi o femmine, bianchi o neri,) ne consegue che il soggetto subisce un aumento esponenziale del disagio per la complessità delle circostanze che lo marginalizzano.Per questi motivi, il modo in cui si sono rivendicati i diritti è del tutto particolare. Partendo dallo studio, analisi e contestualizzazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (DUDU), approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, che divenne uno strumento di base sottoscritto da oltre 150 paesi. La DUDU interviene su 5 aree di diritti:
a) diritti attinenti alla persona (la vita e la libertà personale)
b) diritti dell’individuo in relazione alle comunità nelle quali realizza la sua personalità (la nazionalità, il matrimonio, la libertà religiosa)
c) diritti di partecipazione alla vita democratica dello stato (votare, essere eletti, fare attività politica)
d) diritti economici e sociali (il lavoro, l’istruzione, l’assistenza)
e) condizioni internazionali per consentire il rispetto dei diritti umani.
Ogni volta che si produce un trattamento differente rispetto agli altri cittadini si violano i diritti umani.
Il diritto umano si occupa delle persone, non si dimentica di loro. (…)La strategia di tutela basata sui diritti umani rafforza il diritto civile e gli da nuovi contenuti politici, sociali e culturali”.

Si tratta allora di una scelta strategica molto precisa e consapevole, nata all’interno di questi gruppi: quella di proporsi come cittadini in uno status di minoranza e quindi “soggetti” (come afferma Wieviorka) che decidono di mantenersi all’interno di un contesto culturale per migliorare le loro condizioni di vita.I transessuali, allora, a mio parere, possono essere considerati come minoranza involontaria, poiché essi non scelgono di far parte di quel gruppo, ma le condizioni strutturali e sociali li portano a farvi parte. Diventano minoranza consapevole nel momento in cui, come si è dimostrato adottano un comportamento collettivo ed una strategia di lotta e rivendicazione condivisa e di gruppo, strategia che li fa sentire “noi”, rispetto ad un “loro”.L’appartenenza è forte, è un sentirsi parte nella discriminazione, nel tentativo di avere una vita “normale”, è, in sintesi, il tentativo di entrare nella società ma dalla porta principale, vale a dire non perché mi è stato concesso, ma perché è un mio diritto.
Come afferma Touraine in un suo bellissimo saggio: “Come faremo, allora, a coniugare il riconoscimento della diversità con l’affermazione di un principio universalistico di uguaglianza fra gli esseri umani? La risposta è triplice. In primo luogo, richiede il riconoscimento della diversità e, di conseguenza, la negazione di qualsiasi forma di omologazione e di rifiuto della diversità. In secondo luogo il riconoscimento della diversità deve essere compatibile con le attività strumentali, indipendentemente dalle culture in cui vengono messe all’opera. In terzo luogo, identità culturale e strumentalità devono riconoscere in qualunque società un riferimento al Soggetto, cioè ai diritti umani fondamentali”.
Naturalmente, le cose non sono così semplici come sono sembrate finora nella nostra discussione. Le cose non sono solo bianche o nere. Invece, ci sono molte gradazioni di grigio lungo un continuum di condizioni di genere.Alcune persone gay possono anche avere conflitti di identità di genere. Per esempio, alcuni che inizialmente trovano posto nella comunità gay come ragazzi piuttosto effeminati, e si riconoscono nell’etichetta di drag queen, possono di fatto essere transgender o persino intensamente transessuali. Alcune persone fortemente transgender hanno preferenze sessuali verso il proprio sesso. Alcune persone, incluse persone transgender, possono essere bisessuali ed essere attratte da partners di entrambi i sessi. Sorgono poi questioni del tipo: una donna TS pre-op che ama una donna è eterosessuale o lesbica? In tutti questi casi, vediamo come la nostra tendenza ad “etichettare” velocemente le persone ci mette in difficoltà, inducendo errori e confusione.Per esempio, se sappiamo che due partners sono “maschi genetici”, ci sono molti differenti scenari per ciò che sta realmente succedendo. Possono essere semplicemente due gay, entrambi con identità maschile, e questa relazione apparirà ad entrambi come una relazione tra due uomini.
Tuttavia, uno dei due potrebbe essere un maschio eterosessuale che si è innamorato di qualcuno intensamente transgender, o di una donna transessuale non ancora operata. Entrambi i partners sentono che questa relazione è tra un uomo e una donna (Lynn ebbe alcune relazioni di questo genere quando era una giovane TS pre-op ). D’altro lato, entrambi potrebbero erroneamente riconoscersi come “gay” e pensare di avere una relazione gay, anche se da quasi tutti i punti di vista si tratta di fatto di una relazione uomo-donna.Lo stesso tipo di complessità può sorgere in relazioni tra due donne genetiche, dipendentemente dalle identità di genere delle due amanti. E le cose possono essere ancora più sfumate se uno entrambi i partners sono solo moderatamente transgender o se uno o entrambi non rivelano la propria identità transgender al partner. Ancora, considerate cosa succede se uno dei due amanti in una relazione gay o lesbica è transgender e alla fine affronta la transizione. Per esempio, una storia riportata da Sara Corbett sul New York Times Magazine del 14-10-01 sollevava la questione : “ Un cambiamento di sesso significa la fine di una relazione?”. La storia riguardava due donne, Chris e Debbie, che erano amanti lesbiche e avevano una bambina piccola, Hanna (Debbie era stata fecondata con sperma di un donatore anonimo ). Tuttavia, Chris era intensamente transgender e in seguito ha affrontato la transizione (FtM ) , sottoponendosi ad interventi chirurgici e terapia ormonale con testosterone per diventare un uomo. La sua transizione inizialmente aveva sollevato molte domande e difficoltà nella sua relazione, che però da quel momento si è rafforzata ed è diventata più profonda. Debbie è ancora incinta e ora stanno aspettando un maschietto. Questa è la storia stupenda di due persone innamorate e della famiglia che hanno creato.   Un’altra situazione comune è, per le donne transessuali non ancora operate che affrontano la transizione tardi, essere sposate con una donna e avere dei figli. Questo non deve sorprendere, a causa della pressione a lungo termine che la società esercita sul transessuale perché “esca con le donne” e a causa del desiderio del transessuale di una qualunque forma di intimità e di relazioni umane intime.In molti di questi casi, la moglie del transessuale può non avere nessuna consapevolezza che suo “marito” pensa a sé coma a una donna, desidera essere fisicamente una donna, e pensa che il suo matrimonio sia in qualche modo una relazione lesbica. Solo se il transessuale alla fine rivela la propria condizione e cerca aiuto la moglie conoscerà la verità. Nella maggior parte dei casi, queste relazioni gradualmente terminano se il marito affronta la transizione MtF. Tuttavia, in alcuni casi ( come nel caso di Chris e Debbie ) queste relazioni possono rimanere intatte se i due partner si amano profondamente e riescono ad adattarsi ai cambiamenti fisici della transizione. Sia la comunità eterosessuale sia quella GLBT - (esistono molte varianti, incluse variazioni che hanno un ordine diverso delle lettere, ma LGBT è l’acronimo più comune ed è uno dei più accettati nell’uso corrente. Quando i transgender non sono inclusi nel riferimento il termine viene abbreviato in LGB. Si potrebbe, inoltre, anche aggiungere due Q per queer e questioning (qualche volta abbreviato con un punto interrogativo) (LGBTQ, LGBTQQ); altre varianti sono diventate LGBU, dove U sta per “unsure” (insicuro), e I per intersex (LGBTI), un’altra variante è T per transessuale (LGBTT), un’altra è T (o TS o il numero 2) per persone con Two-Spirit (due spiriti), e una A per straight allies (LGBTA). Una sua forma completa è LGBTTTIQQA, sebbene sia molto raro. La rivista Anything That Moves ha coniato l’acronimo FABGLITTER (da Fetish, Allies, Bisessuale, Gay, Lesbica, Intersex, Transgender, Transexual Engendering Revolution (rivoluzione del genere transessuale). Il termine non è entrato, comunque, nell’uso comune. I termini transessuale e intersex sono stati considerati da un certo numero di persone unificabili tramite la descrizione del termine transgender, anche se molti transessuali e intersex obbiettano (entrambi per diverse ragioni). Le organizzazioni Gay-Straight Alliance (GSA) utilizzano spesso l’acronimo LGBTQA per LGBT—questioning e allies. In ogni modo, LGBT è un termine per alcuni versi controverso. Per esempio, alcuni transgender e transessuali non gradiscono il termine LGBT perché essi non credono che la loro causa sia la stessa degli LGB; essi possono anche obbiettare quando un’organizzazione aggiunge una T al loro acronimo quando il livello di servizio che essi attualmente offrono per la gente trans è discutibile. Ci sono anche persone LGB che non gradiscono la T per le stesse o simili ragioni. In modo simile, alcuni intersex vogliono essere inclusi nei gruppi degli LGBT e preferirebbero l’acronimo LGBTI; altri, piuttosto, insistono che non sono una parte della comunità LGBT e non vorrebbero che venissero inclusi nell’acronimo. Molti transessuali, transgender e intersex credono che una distinzione dovrebbe essere fatta tra l’orientamento sessuale e l’identità del genere sessuale. GLB riguarda la prima, TTI la seconda. Molte persone hanno cercato un termine generico per sostituire l’acronimo. Sono state provate parole come “queer” e “rainbow” (arcobaleno) ma non sono state adottate dalla maggior parte. “Queer” per la gente non-giovane ha molte connotazioni negative, essi ricordano la parola come un insulto e una derisione). - stanno sempre più rendendosi conto che le differenze umane e le combinazioni di questo tipo non sono così inusuali e stanno cominciando a riconoscerle senza il bisogno di restringerle in un inquadramento sessuale o di assegnare loro etichette. La realtà è che le preferenze della gente riguardo al partner sessuale – sia che si sia attratti dallo “stesso” sesso o dal sesso “opposto” o da entrambi – possono essere riportate alle caratteristiche sessuali e/o di identità di genere o a una loro combinazione.Abbiamo visto che ci sono molte variazioni e combinazioni legate alle condizioni di genere, lungo un vasto continuum di possibilità. Queste sono realtà importanti che condizionano profondamente la vita di molte persone riguardo alle loro relazioni amorose. Sfortunatamente, non abbiamo ancora un vocabolario adeguato per parlare di questo vasto campionario di fenomeni, e molte persone sono lasciate sole quando combattono per far fronte alla loro confusione riguardo al genere o con condizioni di identità transgender all’interno delle proprie relazioni amorose.La tendenza di psichiatri, psicologi, medici e sessuologi di catalogare come “travestiti”, “crossdressers”,  “transgender”, “transessuali”, etc., può veramente nascondere ciò che di fatto succede. Le stesse persone con problemi di identità di genere spesso si sentono intrappolate nella confusione e nelle controversie riguardo queste etichette. I consulenti e i loro clienti spesso si perdono all’infinito su questioni come “è questa persona ( o sono Io) un travestito, o realmente un transessuale?”, oppure “è questa persona un DQ o un TG o un TS?”. E così via di questo passo, spesso con una sovrapposizione di giudizi, di paternalismo e di condiscendenza, con alcune condizioni che vengono considerate “più accettabili” di altre, e vice versa, dipendentemente dall’interlocutore!Queste difficoltà con le “etichette” ci ricordano una profonda osservazione di Edwin Armstrong, un grande ingegnere ricercatore dell’inizio del 20esimo secolo che fece molte invenzioni che stanno alla base delle moderne tecnologie della comunicazione: “Gli uomini sostituiscono le parole alla realtà, e poi discutono delle parole”
   

Non sarebbe meglio chiedere, piuttosto che cercare di rispondere a domande senza senso riguardo a etichette che nascono già distorte? Qualcuno può essere un crossdresser, ma questo può non significare che sia un travestito. Potrebbe essere, invece, un TG o una TS o una DQ. Qualcuno può prendere gli ormoni e godere del proprio seno, senza che questo significhi necessariamente che sia TS e nemmeno TG! Potete vedere quanto sono imperfette le catalogazioni?Le etichette danno l’illusione di essere di fronte a qualcosa di reale, ma quando si scende in profondità, in qualche modo svaniscono! Noi siamo ciò che facciamo, quello che proviamo, come ci comportiamo, il percorso che seguiamo. Noi tutti siamo sempre un “lavoro in corso” e non possiamo essere definiti una volta per tutte con una etichetta che resta appiccicata addosso.Quello che realmente conta è ciò che senti dentro di te. Cosa ti dicono il tuo corpo e il tuo cuore che devi fare? Che comportamento tieni realmente? Che esperienze hai avuto? Quale percorso di genere ha senso per te? Quali cambiamenti fisici e sociali puoi e dovresti fare per trovare un più naturale e confortevole posto – fisicamente e socialmente – nella vita? Puoi fare questi cambiamenti senza sacrificare troppo nel lavoro, nelle relazioni famigliari, nelle tue aspettative di trovare, dopo, un partner?

Ora, queste sono domande reali che devono trovare una risposta reale. Nessuno può semplicemente fare una diagnosi e dirti: “ Tu sei TS, perciò dovresti fare X,Y e Z”. Semplicemente non funziona così. E’ molto più complesso di così.

Ci sono così tante variabili che non ha senso cercare di capire “in anticipo” chi è CD o TG o TS. Lo scopri vedendo nel tempo cosa fanno le persone. Alcune persone si travestono e questo è sufficiente a renderli felici. Potreste chiamarli “CD’s”, ma come fate a sapere cosa faranno tra dieci anni? Alcune persone affrontano una transizione sociale (usualmente con l’aiuto degli ormoni). Potreste chiamarli “TG’s”, ma cosa significa in realtà? Dopo tutto, potrebbero andare oltre e sottoporsi alla SRS prima o poi, o potrebbero persino tornare ad un ruolo sociale “normale” nel tempo. Alcune persone vanno avanti con una transizione sociale e affrontano un riassegnamento chirurgico del sesso. Potreste chiamarle “TS’s”, ma anche questo si è dimostrato un errore in alcuni casi.  L’unica cosa di cui potete essere sicuri, quando si tratta degli altri, è ciò che essi fanno: se qualcuno si traveste, allora quello è un comportamento reale e potete dire “quella persona si traveste”. Se qualcuno affronta una transizione sociale, quello è un comportamento reale e un punto di svolta nel suo percorso. Allora potete dire “quello ha affrontato una transizione TG”. Se qualcuno affronta una transizione sociale e si sottopone a SRS (Operazione di conversione), anche quello è un comportamento reale e un punto di svolta nel suo percorso. Allora potete dire “quello ha affrontato una transizione TS”. Ma non ha alcun significato etichettare queste persone come CD, TG e TS eccetto che per una sorta di “abbreviazione” per riferirsi informalmente a quelle persone tenendo sempre a mente la grande complessità delle situazioni individuali e la loro variabilità nel tempo.  Noi tutti dobbiamo anche essere aperti a cambiare, estendere ed evolvere questa terminologia man mano che la nostra comprensione e i modelli empirici di transgenderismo evolvono.Le etichette affibbiate alle minoranze con problemi di genere non funzionano meglio per definire “il ruolo di queste minoranze” rispetto a quanto il termine “gioco di ruolo” funzionasse per definire ruoli veramente significativi nella comunità gay. Le etichette e i presunti ruoli che queste indicano sono semplicemente troppo statiche. Le etichette pongono dei confini troppo limitativi. Esse sono inutili per predire cosa una persona dovrebbe fare e realmente farà nel momento in cui scoprirà come si sente di vivere e di presentarsi alla società.Solo voi potete decidere cosa il vostro cuore e il vostro corpo vi stanno dicendo, quali comportamenti dovreste esplorare, e quale percorso legato al genere dovreste seguire. Nel fare questo, dovreste considerare il più vasto spettro di possibilità e di opzioni. Non saltate alla conclusione di essere “CD” o “TS” per poi mimare gli stereotipi di “cosa un CD dovrebbe o non dovrebbe fare” o cosa “un TS dovrebbe o non dovrebbe fare”. Mentre andate avanti, siate sicuri di permettere al vostro percorso di virare verso direzioni possibilmente inaspettate rispetto al percorso inizialmente stabilito, in accordo con il modo in cui il vostro corpo e il vostro cuore mutano durante il cammino.
In modo simile, molti giovani oggi stanno superando le etichette di “normale” o “gay” o “lesbica” quando pensano ad un partner, perché queste etichette limitano troppo le opzioni di una persona per trovare il vero amore della sua vita. Per molte persone più anziane della comunità gay queste etichette hanno un profondo significato e giocano un ruolo importante nella propria auto-definizione. Le etichette diventano così strettamente legate alla loro identità e c’è una pressione notevole “politicamente corretta in senso gay” di aderire a quelle etichette e di applicarle a chiunque. Tuttavia, tali etichette semplicemente non funzionano per le molte persone “bisessuali” , le cui esperienze amorose dipendono dalle persone di cui capita loro di innamorarsi.
Ho tentato di proporre e descrivere le strategie culturali e di lotta di una minoranza involontaria quale quella delle persone transessuali, che considero involontaria perché frutto esclusivamente di condizioni sociali e strutturali.In questo senso riprendendo il quadro concettuale proposto da Wieviorka l’identità collettiva è connotabile con la modalità di rivendicazione dei diritti, volevo però esprimere un parere personale in riferimento alla costruzione di questa Identità Collettiva: essa è frutto del lavoro di un’avanguardia presente all’interno della minoranza. Io non credo che questi processi di emancipazione e rivendicazione siano dovuti ad un percorso di consapevolizzazione da parte di tutti i transessuali. Tra questi ve ne sono alcuni che hanno avviato dei processi di crescita individuali e poi di gruppo, processi che li hanno condotti, in un primo momento ad uscire di casa, ad incontrarsi con altri, a dire la propria sulle scelte politiche e sociali che li riguardavano, ad andare a fare una passeggiata o mangiare fuori, in sintesi a dare visibilità della propria condizione. Questo è per me un primo passo che rende il transessuale un individuo moderno. È una prima fase non facile poiché da un punto di vista psicologico comporta elementi e percorsi di accettazione individuale e di proposizione di un sé alla società. Considerando il triangolo di Wieviorka uno strumento di analisi e non una scala, mi corre l’obbligo di puntualizzare come, a mio parere, i trans che sperimentano momenti di vita pubblica, con tutte le difficoltà di partecipazione che, per loro, ne conseguono, sono anche quelle che attivano percorsi di scelta e di costruzione di una nuova cultura. Probabilmente si tratta di un percorso di maturazione individuale ed organizzativa, ma possiamo dire che, oggi, i transessuali, che venti anni fa hanno dato vita alle loro organizzazioni e hanno cercato di migliorare le proprie condizioni, attualmente si stanno chiedendo come aiutare gli altri, facenti parte della minoranza, perché acquisiscano le stesse consapevolezze ed entrino in quella che io ho definito avanguardia. Ma come far sì allora che i trans escano dallo status di minoranza involontaria? Credo che una sollecitazione conclusiva la fornisca Touraine: “affinché si formino dei nuovi attori sociali occorre anzitutto che venga riconosciuta l’esistenza di un nuovo tipo di società. L’ideologia attualmente dominante dipinge il mondo come un insieme di flussi incontrollabili, in continua trasformazione, con la conseguenza di rendere impossibile la formazione di nuovi movimenti sociali e persino di qualsiasi azione riformatrice. L’azione collettiva si basa, viceversa, sulla volontà di ogni individuo, gruppo o nazione di agire sui fatti economici, costruendo e trasformando la propria identità e la propria integrazione e difendendo un ideale di solidarietà. (…) Non si tratta più di conservare un ordine sociale, ma di creare le condizioni sociali che tutelino la libertà personale e tutte le diversità.”

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