Nel trattare il tema della prostituzione transessuale occorre innanzitutto slegare questo tema dalle facili definizioni riconducendolo ad un più ampio contesto storico sociale in quanto la materia è sempre stata legata più che altro al dibattito pubblico o a situazioni delimitate. Parlarne poi riferendolo alla città di Torino significa scavarne, sia pur sinteticamente, tra e negli aspetti e nelle caratteristiche del retroterra socioculturale in cui essa si sostenta. Già per sé il transessualismo è un’esperienza complessa che riguarda milioni di persone, un fenomeno inserito come tale in una rete di rapporti che ne condiziona lo sviluppo, ma una realtà che certamente ha trovato nel tempo in questa città un terreno fertile, perché è facile capire che vivere al Nord e in una grande città è diverso che vivere al Sud o in un piccolo centro, inoltre la città ha rappresentato la condizione di base per potersi costruire un futuro e, soprattutto, restare tranquille. Prima ancora di entrare nella trattazione del tema occorre dire che quando parlo di prostituzione praticata da persone transessuali farò riferimento esclusivamente alle trans MtF (Maschio transizionata Femmina), e che farò riferimento alle caratteristiche del tessuto politico-sociale in cui le transessuali hanno vissuto e vivono la propria esperienza, perché è normale che mutando queste cambia anche il modo di esercitare la prostituzione.Come ci ha insegnato la storia moderna del nostro paese, dal 1700 in poi, la semplice parola prostituzione ha generato un soggetto umano svalutato su cui si è proiettato il rifiuto della morale dominante in quanto percepito in opposizione e come minaccia ai principi monogamici della famiglia nucleare borghese. A causa della mercificazione, chi si prostituisce incarna nella visione comune il capro espiatorio del pericolo insito nella forza del denaro, la corruzione di ciò che c’è di più sacro: il valore dell’individuo. Il concedersi in vendita esautora chi si prostituisce della propria umanità trascinandola allo stesso livello impersonale del denaro, di cui diventa merce di scambio. Ma è proprio alla luce di quanto ora affermato che meglio si comprende quanto la prostituzione vada considerata allora in rapporto alle condizioni sociali e culturali di riferimento, proprio per non cadere nel rischio di una morale assoluta che porti verso dei giudizi superficiali e ingiusti, e come ciò necessita della rimozione della cortina di ipocrisia persistente e della presa d’atto che la prostituzione risponde ad un bisogno di libertà sessuale che nella nostra società è, nonostante le spinte liberatorie in itinere, ancora largamente represso. Nei fatti sono stati quindi proprio motivi sociali, culturali e storici, che hanno fatto si che la prostituzione sia stata praticata nel tempo dalla stragrande maggioranza delle transessuali, arriverei addirittura ad affermare che essa è stata contingente alla loro esperienza e solo così ha contribuito a problematizzarla. Infatti, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, quasi tutte le transessuali si prostituivano e tutte coloro che intraprendevano il transito, o percorso transessuale, davano per scontato che la prostituzione fosse l’unica strada percorribile, il sentiero obbligato con cui confrontarsi e scontrarsi. Oggi che la realtà del paese è cambiata, così come la società, la prostituzione non è considerata più l’unica strada percorribile una scelta obbligata, ma questo non significa che il mondo del lavoro sia molto più accessibile. Assistiamo, infatti, ancora una volta ad un’inclusione relativa, diversificata per aree geografiche, sociali, economiche e culturali. Per fare un esempio che può aiutarci a comprendere, da una ricerca svolta nel 1997 dal Movimento Italiano Transessuali e dalla CGIL a Bologna, intitolata Transessualismo, lavoro e prostituzione, si ricavava che su 80 persone transessuali intervistate, coloro che si prostituivano erano 35, di cui solo 10 per scelta. Oggi certamente rispetto a dieci anni fa, i dati si sono leggermente modificati e possiamo tranquillamente affermare che la percentuale di coloro che si prostituiscono si è ulteriormente ridotta mentre credo che le variabili che influenzano le scelte e i percorsi siano rimaste invariate: scolarizzazione, supporto delle famiglie e di altre strutture socio-culturali, benessere e stabilità economica. Tuttavia se da una parte non è più scontato il binomio transessualità-prostituzione non sono altresì cessate le discriminazioni e i pregiudizi che costringono troppo spesso la persona transessuale fuori dai circuiti sociali e lavorativi, cosa che sul versante psicologico alimenta disistima e incoraggia la convinzione di non essere al pari degli altri. Nonostante sia trascorso oltre mezzo secolo queste creature ancora oggi vengono confuse con omosessuali o travestiti, e benché i problemi e le tensioni che nel tempo hanno riguardato sia il rapporto con l’opinione pubblica che con la polizia e i suoi interventi non sempre delicati, abbiamo comunque assistito ad un crescente successo che, grazie a lauti guadagni, ha trasformato la timidezza e l’insicurezza iniziali più che in una padronanza in un’ostentazione di sé. E’ così che la mappa della notte metropolitana si è trasformata, e i luoghi dove le trans stazionano cominciarono a popolarsi: andare a vedere i travestiti è diventato un passatempo per molti, un gioco caratterizzato da curiosità, fascino e morbosità. I regni delle nuove regine cominciarono ad avere i confini dei parchi, dei viali delle strade, dei quartieri. Questa visibilità ha segnato anche la differenza con la prostituzione femminile, contraddistinta com’è dalla prorompenza esagerata delle trans. Viene infatti da chiedersi chi meglio di una trans può riuscire a mettere in scena e a rappresentare i sogni, le perversioni e le contorsioni dell’immaginario maschile? Quello che le trans tentano di mettere in scena e a rappresentare sulle strade è in fondo un nuovo modello di femminilità esercitando quel ruolo che normalmente le viene negato. La trans recita su un palcoscenico che ha le caratteristiche della vita reale, confondendo realtà e fantasia e creando i presupposti per un orizzonte erotico più complesso, forse più incerto e problematico, ma anche più aperto e inesplorato.E’ la centralità del corpo che caratterizza l’esperienza trans perché è sul corpo che una trans interviene modificandone l’aspetto per adattarlo alla percezione profonda di sé. E allora se il corpo rappresenta l’essenza di una persona esso deve essere in armonia con la propria concezione del genere a cui si ritiene di appartenere, così sembra dire che quel corpo prima rinnegato era diventato un corpo pregiato.Fin dagli anni Cinquanta lo sviluppo produttivo ha cominciato a trasformare Torino in un centro di attrazione di flussi migratori interregionali. Cosicché la città ha conosciuto la disgregazione sociale, le difficoltà di inserimento mescolato a disagi che definirei strutturali legati a ragioni di clima e di ritmo lavorativo e di linguaggio.Non è un caso che anche le transessuali italiane che qui si prostituiscono ancora oggi provengano quasi tutte dalle regioni di immigrazione (siciliane, calabresi, pugliesi e campane, cosi come poche del Lazio e lombarde). Succede poi che il meridione di ieri è oggi il Sud America, tanto che l’immagine della prostituzione transessuale è quella vista sulle strade e riguarda quasi esclusivamente persone immigrate, mentre per contro la prostituzione esercitata in appartamento, meno visibile ma non per questo meno diffusa, riguarda invece maggiormente transessuali e travestiti italiani.Per spiegare ciò dobbiamo rifarci a ciò che è accaduto negli ultimi decenni che ha radicalmente mutato il panorama. Infatti, è tra il 1983 e il 1984 che qualcosa è cambiato nella direzione dei flussi migratori, dal Sudamerica e specialmente dal Brasile. In particolare la rotta che attraverso la Spagna portava in Francia, anzi, per l’esattezza, al Bois de Boulogne di Parigi il più famoso ritrovo della prostituzione trans in Europa, cambiò direzione a seguito di norme più restrittive adottate dalla Francia in materia di immigrazione. Le prime ad arrivare furono le brasiliane, la maggior parte delle quali, proveniente dalle Favelas dove sono state avviate alla prostituzione fin dall’infanzia, seguite da colombiane, peruviane e venezuelane. Furono tuttavia proprio le carioca a sostituire le minigonne con il nudo, a mostrare seni enormi, culi esagerati e membri esposti. Con l’arrivo di questi nuovi “costumi” si diffuse altresì l’uso, fino a quel momento discreto e malcelato, di modellarsi il corpo o addirittura di trasformarlo con chirurgia estetica e silicone liquido. Ricordiamo qui le tante vittime decedute per embolia grassa, flebiti, crisi di rigetto e choc allergico, il tutto per diventare ancora più favolose tanto da poter smettere la terapia ormonale fai da te e lavorare ancora meglio. E’ con l’arrivo delle trans dal Brasile che venne coniato il nuovo termine viados che sostituì rapidamente il nostrano travestito. In portoghese esso sta per deviados e contiene in sé tutta l’accezione negativa e tutta la carica di disprezzo e stigma sociale insita nel suo significato.Alla fine degli anni ottanta poi arrivò l’Aids, e il corpo diventò problematico, una fonte di rischio e quindi di paura. Si ritornò così al concetto di corpo proibito e tutto questo influenzò moltissimo la prostituzione, nelle sue forme, nelle sue regole e nel suo esercizio. La comunità trans pagò naturalmente un prezzo sia in termini di vite umane che in termini di insicurezza e di emarginazione da leggersi come debolezza sociale. Alla richiesta di un più rigido controllo sociale i media paventavano spesso scenari apocalittici. Viene da riflettere a pensare che la stessa storia dell’umanità abbia fatto sempre un uso politico delle epidemie, i cui effetti sociali, culturali, oltre che sanitari, hanno sempre segnato profondamente gli usi e i costumi delle civiltà, a volte diventando la causa del loro stesso mutamento.
Se in passato il cliente doveva accertarsi di non aver ingaggiato un omosessuale travestito, la cosiddetta Regina, ma effettivamente una donna, (e su questi equivoci sia l’aneddotica popolare sia quella cinematografica da avanspettacolo hanno fatto le loro fortune con battute scontate), ora invece pare essersi creato un universo con una clientela socialmente trasversale interessata a queste creature, magari proprio escludendo l’offerta femminile.
Ormai si è sviluppata una certa letteratura sulla richiesta della figura ambigua e sulla notevole reazione che gli uomini manifestano a proposito dei loro stessi genitali. La richiesta di genitali maschili in erezione ha ancora un valore omosociale indipendente dai gusti sessuali. Potremmo dire per iniziare, come ha detto il sociologo Roberto Sabatini, che i clienti dei trans esprimono insomma un’attrazione omogenitale ma simultaneamente rigettano la corrispondente identità di genere, l’ideale rappresentato dal trans è, infatti, un corpo e una personalità femminile dotata di genitali maschili, siamo di fronte ad un’eterosessualità di genere e ad un’omogenitalità per il sesso.E se pubblicamente i clienti asseriscono che a muoverli è stata la curiosità, oppure la credenza diffusa che le trans sono molto esperte, o ancora il gusto della trasgressione, il che può essere vero ma come alibi non regge perché l’atto trasgressivo in genere è saltuario, quando esso è costante e continuato lo si potrebbe imputare più correttamente alla ricerca del piacere.Certo è che nel transessuale vi è come ho detto un’unione del maschile e del femminile. Non è un caso che sia nelle divinità che si celebra spesso l’unione degli opposti, un aspetto che l’essere umano considera sacro, da cui si sente attratto e al contempo si sforza di rimanere distante, perché per creare una società ordinata è importante distinguere.
Per il filosofo, psicologo e psicoanalista Umberto Galimberti il transessuale moltiplicando i segni sessuali configura una nuova nozione di individuo, tipico del nostro tempo, che si riconosce solo nella libertà illimitata, senza argini e senza confini. Navigando su internet e nella letteratura da parrucchiere si trovano diverse, e ovviamente discutibili, spiegazioni e testimonianze:- la trans abbassa l’ansia da prestazione permettendo di scegliere il ruolo da assumere (attivo/passivo) in base alle circostanze, gli eventi etc.; - la trans permette di aggirare l’angoscia di castrazione collegata al rapporto con una donna;- la trans evoca l’immagine di una donna maggiormente disinibita;- la trans permette di confrontarsi con una persona dello stesso sesso in un corpo tendenzialmente del sesso opposto;- la trans rappresenta un’ideale di trasgressione;In tutti i casi il trans non sembra mai mettere in discussione il “potere dell’uomo” sottomettendosi sia come femmina che come maschio. Ma torniamo a Torino, nel periodo compreso tra il 6 agosto 2008 e il 5 agosto 2009 si è realizzato un intervento dal titolo “Piemonte in rete contro la tratta” proposto dalla Regione Piemonte e attuato dalle Province di Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Torino, Vercelli, VCO, dai Comuni di Asti, Bra, Cuneo, Torino, e dal Cissaca di Alessandria, Associazioni Gruppo Abele Onlus, Piam Onlus di Asti e Tampep Onlus di Torino, indirizzato a donne, uomini e transessuali vittime di tratta a fini di sfruttamento sessuale con l’obiettivo di raggiungere e agganciare il maggior numero possibile di persone vittime.Il progetto a titolarità regionale, ma con un ampio coinvolgimento di enti locali e associazioni del privato sociale, mirava a contattare le potenziali vittime di tratta attraverso le Unità mobili (Unità di Strada e Unità indoor), un Numero Verde e gli sportelli di accoglienza dei partner di progetto o grazie a segnalazioni provenienti da altri servizi in rete sul territorio.Per quanto riguarda l’oggetto della nostra attenzione, da questa indagine nel corso delle uscite è emerso, pur trattandosi di un monitoraggio di breve periodo, che non ci sono molti travestiti, transessuali e neodonne nelle strade della nostra città ed è presumibile che la maggior parte sia al chiuso. Dai racconti delle persone contattate è inoltre probabile che da Torino le straniere si rivolgano su altri territori dei dintorni. Sono pochi poi i soggetti giovani, probabilmente esercitano in altri luoghi, sarebbe interessante capire dove sono, come esercitano e in quali luoghi. La maggior parte delle trans che operano in città sono quindi di nazionalità italiana e la fascia d’età maggiore è compresa fra i 31 e i 40 anni. Appartengono alla categoria delle professioniste ovvero fanno parte di una prostituzione “vecchia”. Quella giovane è sicuramente in altri circuiti, quelli del sommerso. Il problema maggiore è stato riscontrato per le transessuali: è problematico l’accesso al lavoro ed è arrivata da parte loro una chiara richiesta di inserimento lavorativo e di maggiore tranquillità.Essendo una prostituzione “vecchia” sulla questione sanitaria sono stati riscontrati meno problemi. Rispetto ad altri territori tuttavia la prostituzione transessuale a Torino è ancora presente all’interno della città. In particolare la prostituzione transessuale viene esercitata ancora in alcune zone del centro (nelle altre città si è spostata sempre più verso fuori e l’estrema periferia). In Via Ormea la presenza è di travestiti italiani circa 10. Intorno a Torino Esposizione, a via Chiabrera, via Marochetti e via Marenco ci sono transessuali italiane con una media di circa 10 presenze a sera. In zona Corso Lecce ci sono trans italiane e un gruppo di magrebine. In zona Crocetta la presenza è di circa 5-6 transessuali italiane. In zona Pellerina oltre a qualche trans italiana sono presenti trans sudamericane (principalmente brasiliane) circa 10 a sera. Infine in corso Corso Maroncelli si fronteggiano trans e prostitute.Da questo emerge una stima media di presenze in strada per sera a Torino è di circa 35-40 trans.Come detto si è molto ampliato il fenomeno della prostituzione al chiuso, in casa soprattutto tramite annuncio sui giornali o sui siti specializzati. Il fenomeno al chiuso è difficilmente mappabile ma tutt’ ora sotto osservazione (vedi il lavoro del Gruppo Abele).Attualmente, dall’elaborazione dei dati d’accesso ai consultori, dalle mappature fornite dai progetti di Unità di Strada e dalle ricerche più accreditate, risulta che le trans che si prostituiscono sono circa il 20% della popolazione transessuale complessiva e rappresentano il 15% del totale delle presenze totali di soggetti che si prostituiscono in strada. Nell’universo della prostituzione transessuale, il dato nazionale dice che le italiane rappresentano il 10%, mentre il rimanente 90% è composto dal 30% di brasiliane, dal 40% da altre sudamericane, dal 10% di filippine e maghrebine - una comparsa molto recente sul mercato italiano – e dal 10% di persone proveniente da altri paesi. La maggioranza delle trans straniere non è in regola con il permesso di soggiorno e la loro condizione di clandestinità e, quindi, di precarietà si ripercuote direttamente sulle modalità di esercizio della prostituzione, sulla qualità della vita e della tutela della salute, sia individuale che pubblica.Nel 2007, al congresso nazionale “Aids e Sindromi correlate” svoltosi a Rimini, la dott.ssa Laura Spizzichino psicoterapeuta presso l’ASL Roma E ha presentato un paper dal titolo: Clienti e partner stabili: l’altra faccia della prostituzione. Voglio qui riportare alcuni dati raccolti in quella esperienza.In particolare i 151 partner delle transessuali intervistate erano italiani per il 60,9%, avevano un’età media di 27,6 anni (17-65), il 35,1% aveva il titolo di istituto superiore, il 52,3% era disoccupato, l’8,6% era separato o divorziato, il 66,9% conviveva con la partner; 20 su 151 si prostituivano. La durata media del rapporto era 21 mesi con un minimo di un mese e un massimo di 15 anni. Tutti avevano accettato di sottoporsi al test HIV e il 37,7% lo avevano fatto a meno di 6 mesi dall’inizio della relazione. In tempi recenti, inoltre, si è rilevata la tendenza da parte delle transessuali a scegliere partner provenienti dall’Est Europa, molto giovani (età media 22,6 anni), tutti disoccupati, alcuni con un passato di prostituzione, molti sieropositivi, spesso inconsapevoli, che rivestivano chiaramente un ruolo di piccoli sfruttatori.Mi avvio a concludere ricordando come la cultura borghese e benpensante abbia sempre elencato l’esercizio della prostituzione tra i problemi delle città definendolo, un problema di ordine pubblico. Potrà tuttavia far riflettere il fatto che nelle zone a luci rosse i furti sono minori, fosse altro perché i ladri sono maggiormente disturbati dalle persone che si prostituiscono, dai loro clienti e dalle forze dell’ordine che regolarmente pattugliano le zone. Resta da dire che lo sfruttamento dell’esercizio dell’attività prostitutiva, nella sua forma classica, raramente ha coinvolto e riguardato le transessuali, le quali sono sempre state libere da forme di controllo e coazione essendo almeno all’anagrafe uomini. Sembra piuttosto che lo sfruttamento almeno fino a qualche anno fa riguardava la richiesta di una somma di denaro per l’ottenimento di un domicilio per poi richiedere la residenza oppure per poter lavorare in un particolare posto. Lo sfruttamento, se di ciò vogliamo parlare allora forse anche oggi viene esercitato tra le stesse trans. Infine ci sono pochissime trans straniere disposte a denunciare i propri sfruttatori per paura di minacce o ritorsioni. Quelle che ci riescono lo fanno grazie ad associazioni che si occupano della fuoriuscita dalla cosiddetta tratta. Altre invece dopo essersi riscattate una serie di situazioni incominciano a pensare a se stesse e a cosa fare nella vita, magari continuano a prostituirsi per poter accumulare un potenziale conto corrente al loro paese per avere oltre la sicurezza di aver dato una certa stabilità alla famiglia di origine, una vecchiaia agiata. Ma magari è anche il solo modo per sottoporsi all’operazione del cambiamento di sesso e riconciliarsi così con la propria, difficile identità.La prostituzione non è quindi un problema di ordine pubblico, se non per ciò che concerne lo sfruttamento in sé e che pertanto non riguarda le persone che si prostituiscono, ma i loro sfruttatori. Un’altra richiesta ricorrente, che trova ascolto soprattutto nei detrattori della legge Merlin, è quella che punta a controllare le prostitute dal punto di vista sanitario. Pur riconoscendo le legittime intenzioni che la animano, ovvero ridurre la diffusione delle malattie sessualmente trasmesse, si tratta di una falsa protezione che viene offerta al cliente e alla prostituta considerato che tutti conosciamo il cosiddetto periodo finestra, quando il virus è già in circolo, ma non è ancora rilevato dagli esami di laboratorio. L’unica vera possibilità di tutelarsi, infatti, è la protezione attraverso il profilattico. Su questo va detto che il problema reale è il non utilizzo dello stesso da parte dei clienti, le transessuali lo sanno bene, i quali sono disposti a pagare tre - quattro volte di più per accompagnarsi senza protezione. È errato quindi pensare alla trasmissione di malattie a senso unico, come purtroppo si tende a fare. L’esperienza e i dati epidemiologici ci fanno dire che sovente è vero proprio il contrario: il problema della diffusione dell’Hiv e delle malattie sessualmente trasmesse (non c’è infatti solo l’Aids, ma anche altre malattie, come la sifilide, di cui si parla poco) è, in primo luogo, da ricondurre ai clienti che premono per avere rapporti non protetti. A conferma della non unidirezionalità del contagio, tutti gli ultimi dati sull’Hiv dimostrano che non vi è un aumento di casi di sieropositività tra le categorie definite a rischio (tossicodipendenti, omosessuali, prostitute e transessuali), che prestano attenzione, nei loro rapporti sessuali, alle norme preventive, ma tra la popolazione eterosessuale cosiddetta “normale” che non usa adeguate precauzioni ed è così più esposta alla possibilità di contrarre malattie sessualmente trasmesse che sono in via di diffusione.Rispetto alla possibilità di favorire una cultura della tutela della salute, propria e altrui, le continue retate (che mass media e politica enfatizzano come operazioni di pulizia delle strade, quasi le persone fossero spazzatura…) e la normativa sull’immigrazione (legge Bossi-Fini) rischiano di essere un elemento di ostacolo. Ciò che queste operazioni spesso determinano è, infatti, uno spostamento del problema dalla strada alle case gestite dagli sfruttatori.Dal progetto “Dame delle camelie e loro clienti: quali rischi oggi?” realizzato presso l’Ospedale delle Malattie infettive di Torino, Amedeo di Savoia, ambulatorio infezioni sessualmente trasmissibili, che ha analizzato il periodo 1997-2007 è emerso, tra l’altro, che le persone che giungono all’ospedale con gravissime forme di malattie sessualmente trasmesse sono quelle che si prostituiscono in casa e per le quali l’intervento viene richiesto solo in uno stato avanzato della malattia.Per che si prostituisce i controlli non vanno dunque imposti, ma incentivati. Soprattutto per gli stranieri, quasi tutti clandestini, vanno attuate politiche di avvicinamento ai servizi con tutela dell’anonimato. E questo non può che avvenire a titolo volontario.Infine da sempre tra le proposte per arginare il fenomeno, c’è quella che individua come deterrente la punibilità dei clienti. Tale criminalizzazione, non solo non serve a risolvere i problemi, ma crea pericolose etichette e stigmatizzazioni che hanno ricadute drammatiche sulla vita delle persone (il suicidio di clienti dopo essere stati “scoperti” è un’eventualità non così infrequente). Non bisogna poi dimenticare che, accanto ai violenti, ai maniaci e ai giustizieri, sempre in agguato nel mondo della prostituzione, la maggior parte dei clienti sono persone profondamente sole e con difficoltà a rapportarsi con l’altro sesso. Dunque, come sostiene il gruppo Abele, non è corretto affrontare sul piano giudiziario un fenomeno che ha delicati risvolti psicologici e umani.D’altronde chi si avvicina seriamente a questa tematica non può che non farlo con il tatto il buongusto e la sensibilità, e permettetemi anche la curiosità che è frutto dell’intelligenza, ma soprattutto l’umiltà di ascoltare chi quel mondo lo vive sulla propria pelle, e per questo molto devo a Porpora Marcasciano, transessuale sociologa impegnata nella difesa dei diritti dei transessuali, Presidente del Mit di Bologna, e a Vincenzo Cristiano Presidente dell’Associazione Ala onlus di Milano per avermi messo a disposizione un’interessante pubblicazione che racconta il lavoro svolto nel corso di due anni del progetto “Transiti, oltre i confini della persona”, ed infine un affettuoso ringraziamento alle dottoresse Mirta De Pra e Ornella Obert del gruppo Abele per avermi fornito interessanti spunti di riflessione e una nutrita bibliografia. Per concludere, a conferma di quanto questo fenomeno sia scarsamente conosciuto e spesso affrontato da punti di vista parziali, così come è influenzato da credenze, detti morali e ideologie che nulla hanno a che fare con la realtà concreta, legittimamente mi sento di affermare che forse dovremmo tutti rifuggire dalle nostre certezze, fossero anche le più progressiste e aperte, relativamente a discrasia di ruolo e identità di genere, infatti, una trans non rappresenta esclusivamente un’idea di femminilità bensì un’inedita coabitazione di sesso di un genere e identità dell’altro, mostrando talvolta la possibilità di una terza via: la transessualità appunto, e questo credo è spesso un concetto poco compreso sia dalle donne che, a volte, dalle stesse trans. Una riflessione sociologica critica sui generi non può infatti non nascere se non dalla necessità di rendere conto delle nuove rappresentazioni e figurazioni in cui costantemente si compone e scompone il sociale. *) tratto dalla relazione tenuta nell’ambito del Ciclo Incontri Informativi per DIG 2010 organizzati dal CSSC di Torino